Visita delle classi terze della scuola Secondaria al Memoriale di Borgo San Dalmazzo e alla città di Boves

26-28 gennaio 2026

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da Segreteria

del giovedì, 05 febbraio 2026

Le classi terze della Secondaria di I grado Cordero e Pianfei nelle giornate del 26 e 28 gennaio in visita al Memoriale di Borgo San Dalmazzo e a Boves

Non è stata la solita gita. Quando siamo scesi dal pullman a Borgo San Dalmazzo, il chiasso tipico di noi compagni di classe si è spento quasi subito. Davanti a noi non c’era un museo polveroso, ma un luogo che parla anche quando tutto tace: il Memoriale della Deportazione. Per capire, bisogna fare un salto indietro al settembre 1943. Dopo l'armistizio, migliaia di ebrei (molti dei quali fuggiti dalla Francia attraversando a piedi i passi alpini) cercarono rifugio in Italia. Proprio qui, in un’ex caserma degli Alpini a pochi passi dalla stazione, fu allestito un campo di concentramento.  Il cuore del Memoriale sorge proprio dove un tempo c’era lo scalo ferroviario. Tra il 1943 e il 1944, donne, uomini, bambini sono state caricate su carri bestiame con destinazione Auschwitz.

I numeri e le date studiate in classe si trasformano in volti:

Oltre 300 nomi sono i deportati che non sono mai tornati. I loro nomi sono incisi su lastre piatte di metallo che col tempo si arrugginiscono, come una ferita che non si rimargina per ricordare come a queste persone fosse stata tolta ogni dignità e identità, riducendole a "pezzi" da trasportare.

I nomi dei sopravvissuti sono in verticale, a ricordare chi è riuscito a tornare

È strano pensare che la normalità di un paese sia stata interrotta da una tragedia così grande. "La memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza." La frase di Liliana Segre ci è tornata in mente mentre leggevamo nomi, alcuni simili ai nostri, di chi fa ha perso tutto.

Visitare il Memoriale non serve solo a "non dimenticare", ma a capire che le scelte dei singoli fanno la differenza. A Borgo ci furono persone che scelsero di voltarsi dall'altra parte, ma anche chi rischiò la vita per nascondere i perseguitati.

Torniamo in classe con una consapevolezza diversa: la storia non è solo nei libri, ma è scritta sotto i nostri piedi, nelle stazioni che attraversiamo ogni giorno e nei racconti dei nostri territori.

Dopo la solennità di Borgo, ci siamo spostati a Boves, una città che porta ancora i segni profondi delle rappresaglie naziste. Ma a Boves abbiamo scoperto che la Resistenza non è fatta solo di armi, ma anche di sguardi e di matite. Nella suggestiva cornice della Filanda, abbiamo visitato la mostra di Adriana Filippi. Adriana era una giovane maestra che, durante la guerra, offri ospitalità e rifugio ai partigiani. Non aveva una macchina fotografica, così usò ciò che aveva: colori e pennelli. I suoi quadri non dipingono "eroi" distanti, ma ragazzi giovanissimi, spesso poco più grandi di noi, con i vestiti rattoppati e gli sguardi stanchi ma determinati. La Storia è uscita dai libri per diventare un racconto fatto di volti e di colori caldi.

"Vedere quei disegni nella Filanda ci ha fatto capire che i partigiani erano persone normali che hanno fatto una scelta straordinaria."

Grazie al prof. Gigi Garelli, presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, alla dottoressa Giordano perché ci hanno guidato con sensibilità e rigore storico sul sentiero della Memoria.